Copëza shkrimesh (në gjuhë të huaj)

Diskutime tek 'Letërsia' filluar nga katsune, 22 Aug 2016.

  1. katsune

    katsune cherry blossom

    nese nje teme e ngjashme ekziston ne forum, ju lutem ta bashkangjitni edhe kete.

    nga "Alla ricerca del Tempo perduto - All'ombra delle fanciulle in fiore - Intorno a Madame Swann)


    E non solo non ci si impadronisce subito delle opere davvero rare, ma all'interno di ciascuna di esse, ed è quanto mi accadde con la Sonata di Vinteuil, le parti che si colgono per prima sono proprio le meno pregiate. E così, il mio errore non era solo di pensare che l'opera non mi riservasse più niente (il che mi indusse a lasciar passare molto tempo senza cercare di ascoltarla) dal momento che Madame Swann me ne aveva proposto la frase più famosa (in questo non ero meno sciocco di chi non spera più di provare stupore davanti a San Marco di Venezia perché qualche fotografia gli ha rilevato la forma delle sue cupole). C'era ben altro: anche quando l'ebbi ascoltata da cima a fondo, la Sonata mi restò quasi del tutto invisibile, come un monumento del quale la distanza o la bruma non lasciano trasparire che esigue porzioni. Di qui la malinconia che accompagna la conoscenza di simili opere, come di tutto ciò che si realizza nel tempo. Quando l'essenza più nascosta della Sonata di Vinteuil mi si manifestò, quel che avevo còlto, preferito a tutta prima, cominciava già, strappato dall'abitudine al controllo della mia sensibilità, a sfuggirmi, ad allontanarsi da me. Non avendo potuto amare che in tempi successivi tutto ciò che la Sonata mi offriva, non la possedetti mai per intero: somigliava alla vita. Ma, meno deludenti di questa, i grandi capolavori non cominciano mai col darci il meglio di sé. Nella Sonata di Vinteuil, le bellezze che si scoprono per prime sono anche quelle di cui ci si stanca più in fretta, e indubbiamente per la stessa ragione, cioè perché sono quelle che meno differiscono da quanto già conoscevamo. Ma quando queste si sono allontanate, ci resta da amare quella certa frase il cui ordine, troppo nuovo per offrire al nostro intelletto altro che confusione, ce l'aveva resa impercettibile e serbata intatta; allora, lei davanti alla quale passavamo ogni giorno senza saperlo e che s'era tenuta in disparte, lei che per il solo potere della sua bellezza era divenuta invisibile e rimasta ignota, viene per ultima a noi. Ma sarà anche l'ultima che non lasceremo. E l'ameremo più a lungo delle altre, perché ci sarà voluto più tempo per amarla. Del resto, il tempo che occorre a un individuo - come occorse a me con quella Sonata - per penetrare un'opera un po' profonda, è il semplice compendio e come il simbolo degli anni, dei secoli a volte, che trascorrono prima che il pubblico possa amare un capolavoro veramente nuovo. E così, per risparmiarsi le incomprensioni della folla, l'uomo di genio si dice che forse, dal momento che i contemporanei mancano del necessario distacco, le opere scritte per la posterità dovrebbero esser lette solo da quest'ultima, come certi dipinti non si possono giudicare bene osservandoli da vicino. Ma, in realtà, ogni vile precauzione per evitare i falsi giudizi è inutile, essi non sono evitabili. A far sì che difficilmente un'opera geniale sia ammirata con sollecitudine, è la circostanza che chi l'ha scritta è straordinario, che pochi gli assomigliano. Ed è proprio la sua opera che, fecondando i rari spiriti capaci di comprenderla, li farà crescere e moltiplicarsi. Sono stati i quartetti di Beethoven (i quartetti n°12, 13, 14 e 15) a far nascere, a infoltire, in cinquant'anni, il pubblico dei quartetti di Beethoven, realizzando in tal modo, come ogni capolavoro, un progresso, se non nel valore degli artisti, almeno nella società degli spiriti, largamente composta oggi di qualcosa ch'era introvabile quando il capolavoro apparve, vale a dire di esseri capaci di amarlo. Quella che noi chiamiamo posterità, è la posterità dell'opera. Bisogna che l'opera (non tenendo conto, per semplificare, dei geni che nello stesso periodo, parallelamente, possono preparare per il futuro un pubblico migliore, di cui non loro ma altri geni godranno il beneficio) si crei da se stessa la propria posterità. Se, dunque, l'opera si tenesse in disparte, non si facesse conoscere che dalla posterità, quest'ultima non sarebbe, nei suoi confronti, la posterità, ma un'assemblea di contemporanei vissuti, semplicemente, cinquant'anni dopo. Bisogna insomma che l'artista - ed è quello che aveva fatto Vinteuil - lanci la propria opera, se vuole che possa percorrere la sua strada, là dove vi sia sufficiente profondità, in pieno e lontano futuro. E, tuttavia, se il non tener conto di quel futuro, che è l'autentica prospettiva dei capolavori, rappresenta l'errore dei cattivi giudici, il tenerne conto costituisce a volte il pericoloso scrupolo dei buoni. Certo, è facile immaginare, per un'illusione analoga a quella che all'orizzonte rende tutte le cose uniformi, che ogni rivoluzione avvenuta sinora nella pittura o nella musica abbia comunque rispettato certe regole mentre quello che ci sta immediatamente davanti, impressionismo, ricerca di dissonanza, impiego esclusivo della gamma cinese, cubismo, futurismo, differirebbe in modo oltraggioso da ciò che è venuto prima. Il fatto è che ciò che è venuto prima lo si considera senza tener presente che una lunga assimilazione l'ha trasformato per noi in materia indubbiamente varia, ma in fin dei conti omogenea, dove Hugo si trova fianco a fianco con Molière. Basti pensare agli sconvolgenti contrasti che presenterebbe ai nostri occhi, se non tenessimo conto del futuro e dei mutamenti ch'esso comporta, un oroscopo della nostra stessa maturità annunciatoci durante la nostra adolescenza. Solo che non tutti gli oroscopi sono veri, ed essere costretti, per un'opera d'arte, a includere nella somma della sua bellezza il fattore del tempo mescola al nostro giudizio qualcosa d'altrettanto aleatorio, e per ciò stesso d'altrettanto destituito di autentico interesse, quanto qualsiasi profezia, il cui mancato avveramento non implicherà in alcun modo la mediocrità intellettuale del profeta, giacché quel che chiama all'esistenza i possibili o da essa li esclude non è necessariamente di competenza del genio; si può essere stati dei geni e non aver creduto all'avvento delle ferrovie o degli aeroplani, o anche, pur essendo grandi psicologi, non aver supposto la doppiezza di un'amante o di un amico di cui persone più mediocri avrebbero previsto i tradimenti.
     
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  2. Airbourne

    Airbourne Papirus rex

    Prej.... Homo Ludens: tentativo di determinare l'elemento di gioco della cultura.

    Secondo alcuni l’essere umano, giocando, ubbidisce a un gusto innato d’imitazione. Oppure soddisfa a un bisogno di rilassamento. O fa un esercizio preparatorio alla grave operosità che la vita esigerà da lui. O ancora il gioco gli serve da allenamento per l’autocontrollo. Altri ancora ne cercano il principio in un connaturato bisogno di causare o di essere capace di qualche cosa, o nell’ansia di dominare, o in quella di concorrere. Altri ancora considerano il gioco come un’innocua evacuazione di istinti nocivi, o come un necessario complemento di un’attività troppo unilaterale, o come l’appagamento, con una finzione, di desideri in realtà inappagabili e, in quanto tale, capace di conservale il senso della personalità. Si potrebbe assai bene accettare tutte le suesposte spiegazioni una accanto all’altra, senza con ciò incorrere in un’imbarazzante confusione d’idee. Ne consegue che tutte sono spiegazioni soltanto parziali!

    Johan Huizinga.
     
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  3. gurax

    gurax Pan ignoramus

    Fu allora che vidi il Pendolo.
    La sfera, mobile all'estremità di un lungo filo fissato alla volta del coro, descriveva le sue ampie oscillazioni con isocrona maestà.
    Io sapevo – ma chiunque avrebbe dovuto avvertire nell'incanto di quel placido respiro – che il periodo era regolato dal rapporto tra la radice quadrata della lunghezza del filo e quel numero π che, irrazionale alle menti sublunari, per divina ragione lega necessariamente la circonferenza al diametro di tutti i cerchi possibili – così che il tempo di quel vagare di una sfera dall'uno all'altro polo era effetto di una arcana cospirazione tra le più intemporali delle misure, l'unità del punto di sospensione, la dualità di una astratta dimensione, la natura ternaria di π, il tetragono segreto della radice, la perfezione del cerchio.
    Ancora sapevo che sulla verticale del punto di sospensione, alla base, un dispositivo magnetico, comunicando il suo richiamo a un cilindro nascosto nel cuore della sfera, garantiva la costanza del moto, artificio disposto a contrastare le resistenze della materia, ma che non si opponeva alla legge del Pendolo, anzi le permetteva di manifestarsi, perché nel vuoto qualsiasi punto materiale pesante, sospeso all'estremità di un filo inestensibile e senza peso, che non subisse la resistenza dell'aria, e non facesse attrito col suo punto d'appoggio, avrebbe oscillato in modo regolare per l'eternità.

    -- Umberto Eco
     
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  4. katsune

    katsune cherry blossom

    (Alla ricerca del Tempo perduto - All'ombra delle fanciulle in fiore - Nomi di paesi: il paese)

    Trovai Albertine coricata nel suo letto. Lasciandole il collo scoperto, la camicia bianca mutava le proporzioni del viso che, congestionato dal calore del letto, o dal raffreddore, o dal pranzo, sembrava più rosa; pensai ai colori che avevo avuto accanto a me poche ore prima, sulla diga, e dei quali avrei infine conosciuto il sapore; la sua guancia era attraversata, dall'alto in basso, da una delle lunghe trecce nere e ricciute che, per piacermi, aveva del tutto disciolte. Mi guardava sorridendo. Accanto a lei, nel riquadro della finestra, la valle era illuminata dal chiaro di luna. La vista del collo nudo di Albertine, di quelle guance d'un rosa troppo acceso, mi aveva precipitato in una tale ebbrezza (in altre parole, aveva a tal punto situato, per me, la realtà del mondo non più nella natura, ma nel torrente delle sensazioni che faticavo a contenere) da spezzare l'equilibrio fra l'immensa, indistruttibile vita che scorreva nel mio essere e la vita dell'universo, così misera al confronto. Il mare, che attraverso la finestra scorgevo a fianco della valle, i seni ricurvi dei primi scogli di Maineville, il cielo in cui la luna non aveva ancora toccato lo zenit, tutto questo sembrava più leggero di qualche piuma per i globi delle mie pupille, che sentivo, fra le palpebre, dilatati, resistenti, pronti a reggere ben altri pesi, tutte le montagne del mondo, sulla loro superficie delicata. A colmarne l'orbita non bastava più nemmeno la sfera dell'orizzonte. E tutto quanto la natura potesse concedermi di vita, mi sarebbe parso ben povero, gli aliti del mare mi sarebbero parsi ben avari per l'immensa aspirazione che sollevava il mio petto. Mi chinai verso Albertine per baciarla. Se la morte m'avesse còlto in quell'attimo, mi sarebbe sembrata indifferente o piuttosto impossibile, giacché la vita non era fuori di me, era in me; avrei sorriso di compatimento se un filosofo avesse opinato che un giorno, anche lontano, avrei dovuto morire, che le forze eterne della natura - quella natura sotto i cui piedi divini io ero un semplice granello di polvere - mi sarebbero sopravvissute; che dopo di me ci sarebbero stati ancora quegli scogli tonteggianti e ricurvi, quel mare, quel chiaro di luna, quel cielo! Com'era possibile, come poteva il mondo durare più di me, dal momento che non io mi perdevo nel mondo, ma il mondo era compreso in me, in me che era ben lungi dal riempire, in me dove io stesso, sentendovi ancora spazio per ammassare tanti altri tesori, gettavo sdegnosamente in un angolo cielo, mare e scogli?
     
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  5. gurax

    gurax Pan ignoramus

    (Shkeputur prej librit 'Catch 22' nga Joseph Heller)

    * * *

    "Just what the hell did you mean, you bastard, when you said we couldn't punish you?" said the corporal who could take shorthand reading from his steno pad.

    "All right," said the colonel. "Just what the hell did you mean?"

    "I didn't say you couldn't punish me, sir."

    "When," asked the colonel.

    "When what, sir?"

    "Now you're asking me questions again."

    "I'm sorry, sir. I'm afraid I don't understand your question."

    "When didn't you say we couldn't punish you? Don't you understand my question?"

    "No, sir, I don't understand."

    "You've just told us that. Now suppose you answer my question."

    "But how can I answer it?"

    "That's another question you're asking me."

    "I'm sorry, sir. But I don't know how to answer it. I never said you couldn't punish me."

    "Now you're telling us what you did say. I'm asking you to tell us when you didn't say it."

    Clevinger took a deep breath. "I always didn't say you couldn't punish me, sir."

    "That's much better, Mr. Clevinger, even though it's a bare-faced lie. Didn't you whisper that we couldn't punish you to that other dirty son of a bitch we don't like? What's his name?"

    "Yossarian, sir," Lieutenant Scheisskopf said.

    "Yes, Yossarian. That's right. Yossarian. Yossarian? Is that his name? Yossarian? What the hell kind of name is Yossarian?"

    Lieutenant Scheisskopf had the facts at his fingertips. "It's Yossarian's name, sir," he explained.

    "Yes I suppose it is. Didn't you whisper to Yossarian that we couldn't punish you?"

    "Oh, no, sir. I whispered to him that you couldn't find me guilty-"

    "I may be stupid," interrupted the colonel, "but the distinction escapes me. I guess I'm pretty stupid, because the distinction escapes me."

    "W-"

    "You're a windy son of bitch, aren't you? Nobody asked you for clarification and you're giving me clarification. I was making a statement, not asking for clarification. You're a windy son of a bitch, aren't you?"

    "No, sir."

    "No, sir? Are you calling me a goddam liar?"

    "Oh, no, sir."

    "Then you're a windy son of a bitch aren't you?"

    "No, sir."

    "Are you trying to pick a fight with me?"

    "No, sir."

    "Are you a windy son of a bitch?"

    "No, sir."

    "Goddamit, you are trying to pick a fight with me. For two stinking cents I'd jump over this big fat table and rip your stinking, cowardly body apart limb from limb."

    "Do it! Do it!" cried Major Metcalf.

    "Metcalf, you stinking son of a bitch. Didn't I tell you to keep you stinking, cowardly, stupid mouth shut?"

    "Yes, sir. I'm sorry sir."

    "Then suppose you do it."

    "I was only trying to learn, sir. The only way a person can learn is by trying."

    "Who says so?"

    "Everybody says so, sir. Even Lieutenant Scheisskopf says so."

    "Do you say so?"

    "Yes, sir," said Lieutenant Scheisskopf. "But everybody says so."

    "Well, Metcalf, suppose you try keeping that stupid mouth of yours shut,and maybe that's the way you learn how. Now where were we? Read me back the last line."

    "'Read me back the last line,'" read back the corporal who could take shorthand.

    "Not my last line, stupid!" the colonel shouted. "Somebody else's."

    "'Read me back the last line,'" read back the corporal.

    "That's my last line again!" shrieked the colonel, turning purple with anger.

    "Oh, no, sir," corrected the corporal. "That's my last line. I read it to you just a moment ago. Don't you remember, sir? It was only a moment ago."

    "Oh, my God! Read me back his last line, stupid. Say, what the hell's your name, anyway?"

    "Popinjay, sir."

    "Well, you're next, Popinjay. As soon as this trial ends, your trial begins. Get it?"

    "Yes, sir. What will he be charged with?"

    "What the hell difference does that make? Did you hear what he asked me? You're going to learn, Popinjay - the minute we finish with Clevinger you're going to learn. Cadet Clevinger, what did - You are Cadet Clevinger, aren't you, and not Popinjay?"

    "Yes, sir."

    "Good. What did-"

    "I'm Popinjay, sir."

    "Popinjay. Is your father a millionaire, or a member of the Senate?"

    "No, sir."

    "Then you're up shit creek, Popinjay, without a paddle. He's not a general or a high-ranking member of the Administration, is he?"

    "No, sir."

    "That's good. What does your father do?"

    "He's dead, sir."

    "That's very good. You really are up the creek, Popinjay. Is Popinjay really your name? Just what the hell kind of name is Popinjay, anyway? I don't like it."

    "It's Popinjay's name, sir," Lieutenant Scheisskopf explained.

    * * *
     
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  6. katsune

    katsune cherry blossom

    “La letteratura, che è arte coniugata al pensiero e realizzazione senza macchia della realtà, mi sembra che sia il fine cui dovrebbe tendere ogni sforzo umano, se fosse veramente umano, e non il superfluo della parte animale. Credo che nominare una cosa è conservarle il pieno valore e spogliarla del suo aspetto terrifico.

    I campi sono più verdi quando si descrivono che nel loro reale colore verde. I fiori, se saranno descritti con frasi che li definiscono sull’aria dell’immaginazione, avrebbero colori talmente persistenti, da essere introvabili nella vita naturale delle cellule. Muoversi è dire, dirsi è sopravvivere.

    Non c’è niente di reale nella vita se non ciò che è descritto bene. I critici della casa dalle ristrette vedute sono soliti sottolineare che la tal poesia, lungamente ritmata, in fondo, non vuol dire altro che il giorno è bello. Ma dire che il giorno è bello è difficile, e il giorno bello, perfino esso, passa. Dobbiamo, quindi, conservare il giorno bello in una memoria fiorita e prolissa, come anche costellare di nuovi fiori o di nuovi astri i campi o i cieli dell’esteriorità vuota e passeggera.

    Tutto è ciò che siamo, e tutto sarà, per coloro che ci seguiranno nelle diversità del tempo, a seconda di come noi lo avremo immaginato, ossia, a seconda di come saremo veramente stati, con l’immaginazione inserita nel corpo. Non credo che la storia, nel suo grande panorama sbiadito, sia niente di più di un decorso di interpretazioni, un consenso confuso di testimonianze distratte. Il romanziere è noi tutti, e narriamo quando vediamo, perché vedere è complesso come tutto.

    Ho in questo momento tanti pensieri fondamentali, tante cose veramente metafisiche da dire, che mi stanco repentinamente e decido di non scrivere più, di non pensare più, ma di lasciare che la febbre di dire mi faccia venire il sonno, e faccia festa con gli occhi chiusi, come si fa festa a un gatto, a tutto quanto avrei potuto dire.”

    Fernando Pessoa,Il libro dell’inquietudine''
     
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  7. Airbourne

    Airbourne Papirus rex

    Lovers ROCK

    I am in the wilderness
    You are in the music
    In the man's car next to me
    Somewhere in my sadness
    I know, I won't fall apart completely

    When I need to be rescued
    And I need a place to swim
    I have a rock to cling to in the storm
    When no one can hear me calling
    I have you, I can sing to

    And in all this
    And in all my life

    You are the lovers rock
    The rock that I cling to
    You're the one
    The one, I swim to in a storm
    Like a lovers rock

    I am in the wilderness
    You are in the music
    In the man's car next to me
    Somewhere in my sadness
    I know, I won't fall apart completely

    And in all this
    And in all my life

    You are the lovers rock
    The rock that I cling to
    You're the one
    The one, I swim to in a storm
    Like a lovers rock

    You are the lovers rock
    The rock that I cling to
    You're the one
    The one, I swim to in a storm
    Like a lovers rock

    When I needto be rescued you're there
    When I need a place to swim to in a storm
    I sing to you

    And all my life
    And in all my life

    You are the lovers rock
    The rock that I cling to
    You're the one
    The one, I swim to in a storm
    Like a lovers rock

    HELENE FOLASADE ADU.

    PS: 100 Greatest Women In Music.

    800px-Sade_Adu_1.jpg
     
  8. Aki

    Aki Paint It Black

    Daddy
    Sylvia Plath


    You do not do, you do not do
    Any more, black shoe
    In which I have lived like a foot
    For thirty years, poor and white,
    Barely daring to breathe or Achoo.
    Daddy, I have had to kill you.
    You died before I had time——
    Marble-heavy, a bag full of God,
    Ghastly statue with one gray toe
    Big as a Frisco seal
    And a head in the freakish Atlantic
    Where it pours bean green over blue
    In the waters off beautiful Nauset.
    I used to pray to recover you.
    Ach, du.
    In the German tongue, in the Polish town
    Scraped flat by the roller
    Of wars, wars, wars.
    But the name of the town is common.
    My Polack friend
    Says there are a dozen or two.
    So I never could tell where you
    Put your foot, your root,
    I never could talk to you.
    The tongue stuck in my jaw.
    It stuck in a barb wire snare.
    Ich, ich, ich, ich,
    I could hardly speak.
    I thought every German was you.
    And the language obscene
    An engine, an engine
    Chuffing me off like a Jew.
    A Jew to Dachau, Auschwitz, Belsen.
    I began to talk like a Jew.
    I think I may well be a Jew.
    The snows of the Tyrol, the clear beer of Vienna
    Are not very pure or true.
    With my gipsy ancestress and my weird luck
    And my Taroc pack and my Taroc pack
    I may be a bit of a Jew.
    I have always been scared of you,
    With your Luftwaffe, your gobbledygoo.
    And your neat mustache
    And your Aryan eye, bright blue.
    Panzer-man, panzer-man, O You——
    Not God but a swastika
    So black no sky could squeak through.
    Every woman adores a Fascist,
    The boot in the face, the brute
    Brute heart of a brute like you.
    You stand at the blackboard, daddy,
    In the picture I have of you,
    A cleft in your chin instead of your foot
    But no less a devil for that, no not
    Any less the black man who
    Bit my pretty red heart in two.
    I was ten when they buried you.
    At twenty I tried to die
    And get back, back, back to you.
    I thought even the bones would do.
    But they pulled me out of the sack,
    And they stuck me together with glue.
    And then I knew what to do.
    I made a model of you,
    A man in black with a Meinkampf look
    And a love of the rack and the screw.
    And I said I do, I do.
    So daddy, I’m finally through.
    The black telephone’s off at the root,
    The voices just can’t worm through.
    If I’ve killed one man, I’ve killed two——
    The vampire who said he was you
    And drank my blood for a year,
    Seven years, if you want to know.
    Daddy, you can lie back now.
    There’s a stake in your fat black heart
    And the villagers never liked you.
    They are dancing and stamping on you.
    They always knew it was you.
    Daddy, daddy, you bastard, I’m through.
     
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  9. Airbourne

    Airbourne Papirus rex

    Do bej te pamunduren ta gjej kete liber ....

    PS: n.q-se dikush(ja) e ka lexuar, a ka ndonje pershtypje????
    Danke.....relax ab JETZ.
     
  10. katsune

    katsune cherry blossom

    Lesbos

    Viciousness in the kitchen! The potatoes hiss. It is all Hollywood, windowless, The fluorescent light wincing on and off like a terrible migraine, Coy paper strips for doors Stage curtains, a widow's frizz. And I, love, am a pathological liar, And my child look at her, face down on the floor, Little unstrung puppet, kicking to disappear Why she is schizophrenic, Her face is red and white, a panic, You have stuck her kittens outside your window In a sort of cement well Where they crap and puke and cry and she can't hear. You say you can't stand her, The bastard's a girl. You who have blown your tubes like a bad radio Clear of voices and history, the staticky Noise of the new. You say I should drown the kittens. Their smell! You say I should drown my girl. She'll cut her throat at ten if she's mad at two. The baby smiles, fat snail, From the polished lozenges of orange linoleum. You could eat him. He's a boy. You say your husband is just no good to you. His Jew-Mama guards his sweet sex like a pearl. You have one baby, I have two. I should sit on a rock off Cornwall and comb my hair. I should wear tiger pants, I should have an affair. We should meet in another life, we should meet in air, Me and you. Meanwhile there’s a stink of fat and baby crap. I’m doped and thick from my last sleeping pill. The smog of cooking, the smog of hell Floats our heads, two venemous opposites, Our bones, our hair. I call you Orphan, orphan. You are ill. The sun gives you ulcers, the wind gives you T.B. Once you were beautiful. In New York, in Hollywood, the men said: "Through? Gee baby, you are rare." You acted, acted for the thrill. The impotent husband slumps out for a coffee. I try to keep him in, An old pole for the lightning, The acid baths, the skyfuls off of you. He lumps it down the plastic cobbled hill, Flogged trolley. The sparks are blue. The blue sparks spill, Splitting like quartz into a million bits. O jewel! O valuable! That night the moon Dragged its blood bag, sick Animal Up over the harbor lights. And then grew normal, Hard and apart and white. The scale-sheen on the sand scared me to death. We kept picking up handfuls, loving it, Working it like dough, a mulatto body, The silk grits. A dog picked up your doggy husband. He went on. Now I am silent, hate Up to my neck, Thick, thick. I do not speak. I am packing the hard potatoes like good clothes, I am packing the babies, I am packing the sick cats. O vase of acid, It is love you are full of. You know who you hate. He is hugging his ball and chain down by the gate That opens to the sea Where it drives in, white and black, Then spews it back. Every day you fill him with soul-stuff, like a pitcher. You are so exhausted. Your voice my ear-ring, Flapping and sucking, blood-loving bat. That is that. That is that. You peer from the door, Sad hag. "Every woman’s a whore. I can’t communicate." I see your cute decor Close on you like the fist of a baby Or an anemone, that sea Sweetheart, that kleptomaniac. I am still raw. I say I may be back. You know what lies are for. Even in your Zen heaven we shan’t meet.



    Ne fushen e letersise me kete poezine prek kulmin shprehja e psikopatise nga e cila vuante. Sylvia i dha fund jetes ne moshen 31 vjecare ne shtepine e saj me dy femijet qe flinin ne katin me siper.
     
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  11. Airbourne

    Airbourne Papirus rex

    Kundra kohes nga Sascha Reh

    So sind sie, die religiösen Moralisten: predigen öffentlich Wasser und trinken heimlich Wein. Oder haben wahlweise Sex am Strand.

    Simon Urban.
     
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  12. Airbourne

    Airbourne Papirus rex

    EINE KURZE GESCHICHTE DER KINDERRECHTE
    Bis in die Neuzeit wurde das Kind als Besitz seiner Eltern beziehungsweise seines Vaters angesehen. Diese bestimmten über sein Leben, seine Ausbildung und seine Arbeitskraft; das Kind schuldete Gehorsam. Erst während der Industrialisierung und durch die Einführung der Schulpflicht begann die «bürgerliche Gesellschaft» zwischen der Welt der Kinder und derjenigen der Erwachsenen zu unterscheiden und dies veränderte die Diskussion. Die erhöhte Aufmerksamkeit, die den Menschenrechten seit der Unabhängigkeitserklärung der USA (1776) und der Revolution in Frankreich (1789) zuteilwurde, führte auch zu vertiefter Auseinandersetzung mit der Situation der Kinder. So wurde in Großbritannien 1833 die Fabrikarbeit für Kinder unter 9 Jahren durch den English Factories Act verboten, und 1842 wurde die Untertagearbeit durch den Mines Act begrenzt. 1896 führte das Bürgerliche Gesetz in Deutschland Strafen für Eltern ein, die ihre Kinder misshandelten oder sich nicht ausreichend um sie kümmerten. Die Pädagogin Ellen Key erklärte 1902 das 20. Jahrhundert zum Jahrhundert des Kindes. Auch wenn Kriege, Aids oder ausbeuterische Arbeit Kinder nach wie vor um ihre Kindheit bringen, ist das 20. Jahrhundert dennoch die bislang wichtigste Epoche in der Geschichte der Kinderrechte.
    Die Kinderrechtsbewegung verdankt der Britin Eglantyne Jebb, Begründerin des Save the Children Fund, viel Pionierarbeit. Alarmiert durch die katastrophale Situation der Flüchtlingskinder in den BalkanLÄNDERN(do kene qene stergjyshet tane andej) und in Russland kurz nach dem Ersten Weltkrieg entwarf Eglantyne Jebb eine Satzung für Kinder, die Children's Charter. Diese ließ sie dem Völkerbund in Genf zukommen mit den Worten: „Ich bin davon überzeugt, dass wir auf bestimmte Rechte der Kinder Anspruch erheben und für die allumfassende Anerkennung dieser Rechte arbeiten sollten.“ Die Charta wurde am 24. September 1924 von der Generalversammlung des Völkerbundes verabschiedet und als Genfer Erklärung bekannt. Sie hatte keine Rechtsverbindlichkeit. Mit der Auflösung des Völkerbundes 1946 verlor sie ihre Grundlage.

    UNICEF.

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  13. Airbourne

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    Per nje FENDE nga sheshi JEVG i fllamurit!

    Vorrei che nei momenti di disperazione non ti venga in mente di invidiare la felicità degli altri, le fortune, i successi degli altri, le certezze, i risultati, le luci nelle case degli altri: dappertutto c’è del bene, dappertutto c’è del male.

    Chiara Gamberale.
     
  14. Aki

    Aki Paint It Black

    @Alephh sille iher ate te Baudelaire qe me fascinoi mua kur ma tregove, Spleen quhej me duket :)
     
  15. Airbourne

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    Tek kendi i Librit per makaronaxhinjte.
    È un amore disinteressato: Teresa non vuole nulla da Karenin. Non vuole nemmeno l'amore. Non si è mai posta quelle domande che torturano le coppie umane: mi ama? A mai amato qualcuno più di me? Mi ama più di quanto lo ami io? Forse tutte queste domande rivolte all'amore, che lo misurano, lo indagano, lo esaminano, lo sottopongono a interrogatorio, riescono anche a distruggerlo sul nascere. Forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati, vale a dire vogliamo qualcosa (l'amore) dall'altro invece di avvicinarci a lui senza pretese e volere solo la sua semplice presenza.
    Milan Kundera.
     
  16. Airbourne

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    Camminare insieme, per esempio, è un dialogo. Come ogni dialogo muto, come ogni dialogo puramente fisico, ti mette di fronte a una verità anche quando non vuoi. Se ci fai caso, il tuo modo di camminare insieme a qualcuno dice tutto sulla relazione che hai con l'altro. C'è chi è troppo nevrotico e tende a stare sempre qualche metro davanti a te, anche se tu gli corri dietro. Chi si stanca e si ferma e si trascina e, tenendoti sottobraccio, ti frena. Chi si appoggia, magari senza accorgersene. Chi ti strattona sempre in qua e in là perché non sa andare dritto. E c'è chi ha il tuo stesso passo.
    Caterina Bonvicini

    FORZA JUVENTUS



    Naten e mire.
     
  17. Airbourne

    Airbourne Papirus rex

    Si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna, il cuore ha più stanze di un bordello.

    GABRIEL GARCIA MARQUEZ – L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA.
     
  18. Airbourne

    Airbourne Papirus rex

    Jetz macht euch doch keine sorgen.Ich gehe da rein und peile di Lage alleine.Das ist wohl die letzte Aktion der RAF,ihr braucht dann,keine Ärztin mehr,ich bin absolut unwichtig und absolut auch unbekannt.Die können mir höchstens versuchten Waffenhandel anhängen,die ALBANER sebst wissen ja NICHT einmal,WER oder WAS WIR sind und WIE viele.

    Die Ärztin der Dritten Linien.
    von René Antoine Fayette
     
  19. Airbourne

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    FOTO: GABO con il nipote di un'amica.
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  20. katsune

    katsune cherry blossom

    Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto - La parte di Guermantes I


    Di colpo, vidi l’orologio sul tavolo, e sentii allora il ticchettio in un punto fisso dal quale non si spostò più. Credevo di sentirlo in quel punto, ma lo vedevo: i suoni non stanno in nessun luogo. O, almeno, siamo noi a collegarli a qualche movimento, del quale essi si incaricano di preavvertirci, rendendocelo necessario e naturale. A volte, per altro, succede che un malato le cui orecchie siano state ermeticamente otturate non senta più il rumore d’un fuoco simile a quello che, in quel momento, parlottava nel camino di Saint-Loup, tutto intento a fabbricare tizzoni e ceneri e a scrollarli, poi, dentro la propria sporta; che non senta più nemmeno il passaggio dei tramway, la cui musica prendeva il volo, a intervalli regolari, dalla piazza principale di Doncières. Allora, se il malato legge, le pagine gireranno silenziosamente, come se a sfogliarle fosse un dio. Il greve rumore d’una vasca da bagno che si va riempiendo s’attenua, s’alleggerisce e s’allontana come un bisbiglio celeste. l’indietreggiare del rumore, il suo affievolirsi, la spoglia di qualsiasi aggressività nei nostri confronti; sconvolti, sino a un attimo fa, da colpi di martello che sembravano far tremare il soffitto sopra la nostra testa, ci delizia, ora, coglierne la carezzevole leggerezza, lontana come un mormorio di foglie che, lungo la strada, scherzino con lo zefiro. Facciamo dei “solitari” con carte di cui non percepiamo il rumore, tanto che ci sembra di non averle mischiate, come se, muovendosi da sole e prevenendo il nostro desiderio di giocare, si fossero messe loro a giocare con noi. E a questo proposito, anzi, ci si può chiedere se in Amore (e all’Amore aggiungiamo pure l’amore della vita, l’amore della gloria, visto che, a quanto pare, ci sono persone non ignare di questi due sentimenti) non dovremmo agire come coloro che, per difendersi dal rumore, invece di implorare che cessi, si tappano le orecchie; e, imitandoli, riportare dentro di noi la nostra attenzione, il nostro apparato difensivo: assegnare loro, come oggetto da ridurre, non già l’estraneo che amiamo, ma la nostra capacità di soffrire per lui.
    Per tornare al suono, se aumentiamo lo spessore delle palline che bloccano il condotto auditivo, esse costringeranno al pianissimo la fanciulla che, sopra la nostra testa, stava suonando un’aria turbolenta; se ne spalmiamo una di qualche sostanza grassa, subito il nostro dispotismo si estenderà a tutta la casa, e le sue leggi entreranno in vigore anche all’esterno. Il pianissimo non basta più, la pallina fa immediatamente abbassare il coperchio della tastiera e la lezione di piano si interrompe bruscamente; il signore che ci camminava sulla testa sospende di botto la sua passeggiata; la circolazione delle carrozze e dei tramway s’arresta come nell’attesa d’un Capo di Stato. Questa attenuazione d’ogni suono, a volte, disturba il sonno invece di proteggerlo. Ancora ieri, i rumori incessanti, descrivendoci con continuità i movimenti in corso nella casa e per la via, finivano con l’assopirci come un libro noioso; oggi, attraverso la superficie di silenzio distesa sopra il nostro sonno, un colpo più forte degli altri riesce a raggiungerci, lieve come un sospiro, senza il minimo rapporto con alcun altro suono, e perciò misterioso; e la richiesta di spiegazione che ne esala è sufficiente a svegliarci. Se, al contrario, si toglie per un attimo al malato il tampone sovrapposto al suo timpano, immediatamente la luce, il pieno sole del suono spunta di nuovo, accecante, rinasce nell’universo; il popolo dei rumori esiliati fa rapidamente ritorno; si assiste, come se le salmodiassero degli angeli musicanti, ala resurrezione delle voci. Le strade vuote si riempiono in un attimo delle ali veloci e incalzanti dei tramway canterini. Nella sua stessa stanza, il malato crea all’istante non, come Prometeo, il fuoco, ma il rumore del fuoco. E ispessendo e alleggerendo i tamponi di ovatta è come se premessimo, alternativamente, l’uno o l’altro dei due pedali aggiunti alla sonorità del mondo esterno.
    Ma, dei rumori, ci sono anche soppressioni di natura non momentanea. Chi è diventato completamente sordo non può nemmeno far scaldare sul proprio tavolo un po’ di latte in un bollitore senza essere costretto a spiare con gli occhi, sul coperchio sollevato, il riflesso bianco, iperboreo, simile a quello d’una tempesta di neve, che è il segno premonitore cui converrà obbedire, togliendo - come il Signore che arresta le onde - la spina dalla presa elettrica: già l’uovo ascendente e spasmodico del latte in ebollizione accenna a lievitare in una serie di sollevamenti obliqui, si gonfia, arrotonda alcune vele semicapovolte, increspate dalla crema (una delle quali, madreperlacea, affronta la burrasca), e che l’interruzione della corrente, se il fortunale elettrico è scongiurato a tempo, farà roteare tutte su se stesse e getterà alla deriva, mutate in petali di magnolia. Ma se il malato non avrà preso con sufficiente rapidità le precauzioni necessarie, ben presto i suoi libri e il suo orologio emergeranno appena, travolti dal maremoto latteo, in un gran distesa bianca, e gli toccherà chiamare in aiuto la vecchia governante la quale, foss’egli anche un uomo politico illustre o un grande scrittore, proclamerà che non ha più giudizio di un bambino di cinque anni. Altre volte, nella camera magica, una persona che un momento prima non c’era è apparsa davanti alla porta chiusa, è un visitatore che non abbiamo sentito entrare e che fa solo dei gesti, come in uno di quei teatrini di marionette che sono tanto riposanti per chi ha preso in uggia il linguaggio parlato. E siccome perdendo un senso si aggiunge al mondo tanta più bellezza che acquistandone uno, è con delizia che quest’uomo completamente sordo si aggira adesso in una terra quasi edenica, dove il suono non è stato ancora creato. Le più vertiginose cascate dispiegano per i suoi occhi, e per essi soltanto, la loro tovaglia di cristallo, più calme del mare immobile, pure come cataratte del Paradiso. Poiché per lui, prima della sordità, il rumore era la forma percettibile della causa d’un movimento, è come se gli oggetti che, a spostarli, non fanno rumore, venissero spostati senza causa; spogliati d’ogni qualità sonora, esibiscono un’attività spontanea, sembrano vivi; si muovono, s’immobilizzano, prendono fuoco per proprio conto. Per proprio conto volano via, come i mostri alati della preistoria. Nella casa del sordo, solitaria e senza vicini, il servizio, che prima del definitivo aggravarsi della malattia si svolgeva già con particolare cautela, silenziosamente, è assicurato adesso, con un che di furtivo, da servitori muti, come nella dimora del re in uno spettacolo fiabesco. E, sempre come a teatro, il monumento che il sordo vede dalla finestra - caserma, chiesa, municipio - è un semplice fondale. Se, un giorno, dovesse crollare, potrebbe sollevare una nuvola di polvere e produrre delle macerie visibili; ma, meno materiale persino d’un palazzo di teatro, pur non essendo altrettanto piatto, crollerà nell’universo magico senza che la caduta delle sue pesanti pietre da taglio offuschi con la sua volgarità del sia pur minimo rumore la castità del silenzio.
    Quello, ben più relativo, che regnava nel piccolo alloggio militare in cui mi trovavo da qualche istante, fu infranto. La porta venne spalancata, e Saint-Loup entrò di furia, lasciando cadere il monocolo.
     

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